Nel momento in cui scrivo, ho appena terminato la visione di un film. Trama molto semplice in verità; una commedia di quelle che ancora presentano la magia del concetto “accade solo nei film“. Sarà forse perchè il regista di questa pellicola è uno degli insegnanti alla scuola di cinema di Londra, dove ho fatto richiesta di iscrizione, o sarà perchè sono passate già quasi due settimane da quando ho girato qualcosa, ma già percepisco un profondo senso di apatia, che compete con un’assoluta voglia di avviare la lavorazione di una nuova storia.
E’ vero ciò che diceva oggi Filippo Berta, un artista col quale collaboro e di cui riprendo e monto le performances: sono trascorse due settimane (nel suo caso è un mese), mi sento come se non mi fossi dedicato a nulla, non avessi fatto altro che passare il tempo in un modo che la memoria già ora non riesce a trattenere. Eppure non è così, sia io che lui abbiamo lavorato e faticato molti di questi giorni, se non tutti. Ma questo senso ci accomuna, noi abbiamo considerazione del tempo soprattutto (o solo) in base alle mete che superiamo. Non credo di dare troppa importanza ad altri traguardi professionali, se non il completamento di un film che non abbia almeno diretto. Stringendo ancora di più il filtro, potrei quasi pensare che per benedire come mio un lavoro, la paternità della storia debba assolutamente partire da me.
Sarebbe quasi facile, allora, lanciarsi subito in un nuovo progetto, in qualsiasi cosa che sia in qualche modo più complessa della precedente, che mi stimoli a superare nuovi limiti (miei) narrativi e registici, esplorare nuove possibilità poetiche e così via. Il fatto è che negli ultimi due anni mi sono trovato incredibilmente in difficoltà nell’accettare una mia idea, un mio soggetto e pensare che fossero meritevoli. Provo invidia per coloro che covano un’idea dopo l’altra, ma questa facoltà mi è quasi totalmente aliena. Finora ho avuto il coraggio di fissare soggetti solo quando erano programmate delle scadenze, come i corti che ho prodotto durante gli studi. Ora che ne sono privo, constatato che l’artificio di auto imporsi limiti di tempo non funziona, ancora non ho prove a dimostrarmi che sarò in grado di portare a termine qualcosa nel breve periodo.
Con mia buona gioia la scadenza per il festival era ben chiara e imminente.
Trascorsi uno dei tre giorni che ancora avevo a disposizione nello studio del mio amico regista. Convenne con me che era di fatto indispensabile completare insieme la prima parte dell’organizzazione. Essendo molto legato al progetto, si propose per partecipare come membro della troupe ad alcune delle fasi di lavorazione. Ancora non sapeva quali sarebbero state le sue disponibilità di tempo, ma l’idea generale era di aiutare come operatore per un giorno di riprese e poi, forse, occuparsi della fase di montaggio. Entrambe le opzioni mi andavano a genio, ma erano nella pratica appunto ancora aria. Non potevo programmare includendole come certezze.
La sceneggiatura prevedeva che il ruolo della musica nella storia fosse assai importante. Andava utilizzato un brano musicale (originale o meno, era da decidere) dalla spiccata personalità, che ritornasse in alcune scene salienti e fosse immediatamente riconoscibile. L’amico regista e lo sceneggiatore avevano già individuato alcuni brani dai quali si poteva trarre ispirazione. Due o tre di questi erano molto interessanti, sarebbe stato bello utilizzarli; ma parlando con le case detentrici dei diritti, risultava che la spesa sarebbe stata sproporzionata. Inoltre mi fu spiegato che il festival era associato ad un’altra competizione che aveva selezionato dei giovani compositori piacentini, che si sarebbero potuti/dovuti occupare di comporre un brano musicale adatto. Uno di questi era già in contatto e aveva lavorato ad una bozza molto provvisoria. Concordavo con il mio amico regista che c’era ancora parecchio lavoro da fare, se volevamo utilizzare questo brano.
Entrambi approvarono lo stile con il quale avrei girato il film. Proposi le mie osservazioni e correzioni allo sceneggiatore e ci mettemmo a cercare un punto d’incontro. Il cambiamento più radicale che proponevo riguardava l’unico dialogo (in realtà un monologo) della storia, che ritenevo troppo rivelatore, troppo carico di informazioni che in buona parte si potevano quasi considerare superflue. Qui ovviamente entrava in scena il mio gusto personale: i dialoghi che apprezzo maggiormente sono in realtà quelli più minimali, che lascino buona parte del compito di svelare al sottotesto o comunque al binomio testo-azione. E’ una lezione di cinema che ho imparato durante i corsi di comunicazione audiovisiva, e che ho assorbito radicalmente. Infatti nella maggior parte dei miei lavori passati i dialoghi sono spesso criptici ed asciutti; si limitano a fornire i dati strettamente necessari. Non escludo che un giorno, magari quando avrò aumentato la mia padronanza della scrittura, possa decidere di cambiare registro e dedicarmi alla costruzione di un parlato più barocco e complesso.
Non c’era un finale stabilito. Lo sceneggiatore aveva lasciato più strade aperte, a seconda delle disponibilità di location. Anche qui feci una mia proposta, la quale fu accettata insieme ad una controproposta che invertiva alcuni elementi da me introdotti, per fornire un senso di maggior chiarezza. In effetti avevo costruito la mia ipotesi di finale in modo che fosse molto meno afferrabile, in qualche modo più poetica e meno narrativa. Ma il rischio era che si perdesse il significato della storia, e quindi il senso del film. Decidemmo provvisoriamente di girare entrambe le versioni e di decidere poi in sede di montaggio.
La sera lasciai da parte temporaneamente la storia e mi concentrai su ciò a cui avrei dedicato le mie forze i due giorni successivi. Iniziai a spedire mail per prenotare attrezzatura o per proporre collaborazioni, decisi di spargere la voce alla maggior parte delle mie conoscenze. Per non sprecare nessuna risorsa, chiesi qualche consiglio a Sebastiano, un altro regista mio amico. L’avevo conosciuto diversi mesi prima alla proiezione di un suo lavoro, e seguito ho fatto l’aiuto operatore per un suo cortometraggio. Sicuramente la sua esperienza poteva essermi utile. Mi propose di fare colazione insieme l’indomani, per parlare con più tranquillità. Avevo già stilato un veloce schema dei miei impegni; per fortuna ho l’abitudine di svegliarmi relativamente tardi, quindi non avevo fissato nulla per la mattina presto.
Avrei dovuto svegliarmi prima del previsto, ma sarebbe stato un incontro molto utile.
Il cambio della guardia non poteva essere così semplice, avevo bisogno di ricevere dal mio amico regista e dallo sceneggiatore, che avevo appena conosciuto, ogni dettaglio sul progetto. Se già erano state pensate soluzioni inerenti ad un qualsiasi aspetto produttivo, era assai importante che ne venissi a conoscenza.
Tutto ciò si è concluso da una settimana e mezza, ma il ricordo è ancora così vivido nella mia mente da indurmi a verbalizzarlo.


